di Teresa Fratto
Quella mattina l’avvocata Amalia Rinaldi arrivò puntuale come sempre in tribunale. Timbrò e si diresse verso il bar interno all’edificio. Aveva bisogno di un caffé per iniziare la giornata nel modo giusto. Lì scambiò due chiacchiere veloci con dei colleghi e poi andò dritta in ufficio. Quel giorno non aveva udienze, per cui si era concessa un abbigliamento meno elegante, ma sicuramente più comodo per lavorare. Il suo era un lavoro molto complesso e di grande responsabilità, ma soprattutto bisognava avere una memoria di ferro: conoscere e ricordare le leggi in modo perfetto, non era affatto uno scherzo. Mentre lavorava a un caso complicato, che le toglieva il sonno da settimane, il telefono iniziò a squillare. Provò a ignorarlo per un po’, sperando che smettesse, ma era davvero insistente. Alzò la cornetta seccata.
«Pronto?»
Dall’altra parte, una voce urlò agitata «È tutto colpa tua se mi hanno rubato la macchina… tutta colpa tua…». All’improvviso l’avvocata sentì uno scoppio fortissimo e poi il silenzio. Con il cuore che batteva ancora a un ritmo troppo accelerato, l’avvocata decise di telefonare al commissario della stazione di polizia vicina. Era un vecchio amico su cui sapeva di poter sempre contare. Senza troppi giri di parole, gli spiegò la situazione e gli chiese un favore: controllare i tabulati delle chiamate ricevute sul suo telefono, per provare a risalire sia al proprietario di quel numero misterioso, sia al luogo esatto da cui era partita la telefonata. Il commissario accettò volentieri, felice di poterle dare una mano. Si mise subito al lavoro e, dopo qualche ora la ricontattò con i risultati.
«Ho i dati che cercavi. La chiamata è partita dal numero fisso di un negozio di fiori che si trova in Viale delle Rose, nella zona più esclusiva e ricca della città.» Prima che lei potesse anche solo ringraziarlo, il commissario la interruppe, abbassando la voce. «Ora ascoltami bene. Secondo me questa telefonata non nasconde alcun mistero da risolvere, però non ti azzardare a indagare da sola come al tuo solito. L’ultima volta che ci hai provato hai rischiato quasi di morire.»
L’avvocata promise che non avrebbe fatto nulla e lo salutò.
Non appena riappeso il telefono, però, aveva già dimenticato la sua promessa.
L’indagine
Dalle sue ricerche online, risultò che si trattava della boutique floreale più elegante, raffinata e costosa di tutta la città.
Un luogo d’élite, frequentato dalla gente più rispettabile, influente e facoltosa della zona. Decise di andare a fare un po’ di domande ai negozianti. Cosa mai poteva succederle in quella zona, che oltretutto conosceva così bene.
La mattina dopo prima di andare al lavoro, si recò in Viale delle Rose. Ci andò a piedi, visto che, oltretutto, si trovava poco lontano da casa sua. La via era come sempre pulita, ordinata e piena di signore eleganti impegnate nelle solite commissioni quotidiane.
Chiese al panettiere, al giornalaio e alla proprietaria della profumeria proprio di fronte al fioraio se avessero notato qualcosa di strano ultimamente. Nessuno aveva notato niente. «Questa è una via tranquilla, rispettabile» rispondevano tutti. Entrò anche dal fioraio. Seduta in fondo al negozio vide una donna magra, piccola di statura, con il viso stanco e segnato. L’avvocata provò a scambiare due chiacchiere con lei, ma non ci riuscì. La donna era silenziosa, schiva e, dopo averle venduto una mazzo di tulipani, con una scusa si congedò nel retro bottega. C’era qualcosa di strano, ma non poteva restare. Aveva un’udienza che sarebbe iniziata di lì a poco.
Sarebbe tornata nel pomeriggio.
L’appostamento
Sicura del suo istinto, uscita dall’ufficio, prese la macchina e si appostò a pochi metri dal fioraio, in attesa che succedesse qualcosa. Fino all’ora della chiusura, tutto sembrò normale: qualche cliente entrò per comprare i fiori, qualcun altro per fare due chiacchiere. Alle otto in punto la donna chiuse a chiave la porta a vetri e andò via.
Amalia decise di restare ancora un poco, nessuno l’aspettava per cena, quindi non aveva fretta. Alle dieci, stanca per la lunga giornata, accese il motore della macchina e stava per andare via, quando si accorse che un uomo con il capo coperto dal cappuccio di una felpa, stava entrando nel negozio di fiori. Dopo il primo uomo ne arrivarono altri due,, ognuno di questi con una grande valigia. Che ci facevano delle valigie dal fioraio? Chiamò subito il suo amico commissario. Dovevano entrare a perquisire.
Il commissario la sgridò con tutto il fiato che aveva in corpo: le aveva chiesto di stare lontana dai guai e invece, come al solito, lei aveva fatto di testa sua. L’avvocata, però, lo supplicò di mandare una pattuglia. Il suo istinto non poteva sbagliarsi. Nel frattempo, le luci accese del negozio avevano attirato un gruppo di ragazzi che, in fila, aspettavano un cenno da uno dei tre uomini per poter entrare. Erano giovani sulla trentina, ben vestiti e dall’aria distinta.
Chiacchieravano vivacemente e una volta entrati, uscivano dopo pochi minuti con un mazzo di 5 rose, identico per tutti. Cosa voleva dire? Dove andavano?
Un fiuto infallibile
Dopo circa 10 minuti, il commissario e due poliziotti raggiunsero l’avvocata a piedi e in borghese. Restarono un poco ad osservare, poi si misero in fila come gli altri. Entrò dapprima il poliziotto più giovane e quando ne uscì con un mazzo di cinque rose e tre bustine di cocaina, fu tutto molto chiaro. Bastò un cenno del capo per mettersi d’accordo su cosa fare. Quando arrivò il turno del commissario, lui e i due colleghi spalancarono la porta del fioraio, pistole alla mano.
Gli spacciatori spaventati tentarono di scappare, ma nel frattempo due pattuglie avevano bloccate l’entrata principale e quella laterale del negozio. I malviventi finirono in manette, e come sempre il commissario dovette riconoscere l’intelligenza e il fiuto infallibile dell’amica avvocata.
Senza di lei quel fioraio avrebbe continuato a spacciare droga.
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