di Gabriele Cuda
Non c’era luna quella notte. Vento e pioggia entravano dalla finestra spalancata, bagnando gli innumerevoli vetri di bottiglie spaccati sparsi ovunque nella stanza. Il puzzo di alcol e di fumo erano coperti solo dall’intenso odore di pioggia. “Un passo, mi basta solo un passo…” pensava Giovanni in piedi sul cornicione della finestra. Guardava in basso, da lì riusciva a vedere tutta la città. Tutto era buio, nemmeno una luce era sopravvissuta fino a quell’ora della notte, neanche le stelle, coperte dalle nuvole nere della tempesta. L’oscurità inghiottiva ogni singola strada, ogni singola casa. “Non ci sono alternative, è l’unico modo per liberarsene… coraggio! Fai questo maledetto passo prima che ti scopra!”
Una luce abbagliante squarciò il cielo, poi il rombo del tuono. La pioggia continuava a imperversare. Continuava a guardare verso il basso, tremando. Non era sicuramente una scelta facile, ma quali alternative aveva? Per seguire lui, quello che gli sussurrava e che gli obbligava, oramai era rimasto solo. Non era razionale ma alla sua presenza tutto diventava più freddo e le emozioni delle persone quasi sparivano. Ipnotizzato dalla sua voce doveva eseguire i suoi ordini. Era così che aveva perso tutto: amici, colleghi, famiglia. Non rimanevano altro che la solitudine e le macerie che si stava lasciando alle spalle.
Un altro lampo illuminò l’intera stanza, e l’aria si fece inspiegabilmente più gelida. Un rumore alle sue spalle lo fece sobbalzare. Si girò di scatto e lo vide. Quell’ombra imponente e terribile si erse dall’angolo della stanza. «Ancora no» ordinò avvicinandosi.
La sua voce, malvagia e magnetica, fece tremare di terrore Giovanni. Come faceva ad essere in casa sua? Come era entrato? Perché lui era lì «Quando te lo dirò io, potrai porre fine alla tua inutile vita… ma per ora ho ancora bisogno di te» continuò avvicinandosi lentamente. Allungò la mano verso di lui, fino a toccarlo. Il gelo si impossessò del suo corpo. «La tua missione non è ancora finita». Poi tutto si spense. Anche la paura.
Un sogno infranto
La sveglia del telefono suonò. Posticipa. Suonò di nuovo. Posticipa. E di nuovo a suonare. Andò avanti così per quattro volte. O forse questa era la quinta? Con una forza sovrannaturale Leone allungò il braccio verso il telefono per controllare l’orario. Le 8:15. «Accidenti». Con un balzo si mise a sedere. Doveva darsi una mossa, ma la tentazione di scrollare fu più forte del ritardo. Toccò l’icona di Instagram. Tra i reel di tendenza c’era un tipo che si lamentava del clima impazzito degli ultimi giorni, un altro si lamentava della criminalità. Un’altra signora si lamentava della politica, poi un altro ancora dei politici. Annoiato guardò l’orario: le 8.30. «Ora basta!» ma restò con lo sguardo inchiodato allo schermo. Piuttosto che andare al lavoro, avrebbe preferito farsi investire da un autobus. Lo odiava quel posto. Non c’era un collega con cui andasse d’accordo. Ma non era sempre stato così. Quando aveva cominciato a lavorare per la Social Kratos, sembrava un sogno. La società infatti era una delle più promettenti realtà per la creazione di contenuti televisivi e social, con focus in particolare sul potere del cambiamento delle giovani generazioni. Entrare a lavorare lì, per un social media manager di 25 anni come Leone, era un sogno. Tutto era stimolante: colleghi alla mano, progetti ambiziosi, cura e attenzione per il lavoro e l’impegno di tutti. C’era così tanta potenzialità nella Social Kratos, che diverse aziende importanti avevano deciso di finanziarla, investirci e collaborare.
Poi qualcosa si è rotto.
Non sapeva bene quando, fatto sta che piano piano quel clima così propositivo si era trasformato in un vero inferno. I colleghi, anche i più altruisti, si erano chiusi sul proprio lavoro, denigrando quello degli altri. I responsabili erano diventati autoritari con i dipendenti e servili con superiori. Era come se tutta l’energia e la creatività dei lavoratori si stesse piano piano spegnendo, mentre invidia e arroganza si diffondevano a macchia d’olio. E così i lavori diminuirono ogni giorno di più e le collaborazioni si interrompevano. La Social Kratos non si era mai trovata così in difficoltà. E proprio in quel momento di gravissima difficoltà economica, si era presentata la holding Pseudo che aveva mostrato interesse nell’acquistare la Social Kratos. Aveva addirittura mandato un loro delegato, Rodrigo, a lavorare per la Social Kratos per studiare la situazione prima di formalizzare l’acquisto. Dicevano che avrebbe sicuramente risolto qualsiasi problema economico. “Certo, avremmo perso un po’ della nostra indipendenza come creatori ma…”, pensò. 8:45 Leone si alzò di scatto, andò in bagno per una veloce sciacquata, poi colazione, denti, vestiti e via di corsa per andare a lavoro. Ore 9.00. In orario, pronto per un’altra giornata deludente.
L’incontro
«Ciao! È il mio primo giorno. Sono Mario. Tu chi sei?»
Leone guardò quella insolita figura nell’ascensore come si guarda un alieno, insospettito da quella mano tesa e da quel sorriso genuino che gli riempiva la faccia. Probabilmente era la prima volta da mesi che un collega gli rivolgeva la parola per salutarlo al mattino. Titubante, allungò la mano come se quella figura alta e tondeggiante che si stagliava davanti a lui non fosse veramente reale. In effetti, sembrava fuori contesto. Era un uomo alto, robusto, con una folta riccia barba bianca e degli occhialini tondi appoggiati sul naso. Non dimostrava meno di cinquant’anni, eppure si era appena presentato come un nuovo assunto in una azienda in cui l’età media era al di sotto dei trent’anni. Lo colpì il suo insolito modo di vestire. Sembrava un boscaiolo con quella camicia a quadri rossa, quelle bretelle scure, e quei pantaloni marroni. Non aveva assolutamente il tipico aspetto del social media manager. “Ridicolo” pensò Leone, che allo stesso tempo, però, ammirava quell’aura di rilassatezza da cui sembrava fosse circondato. Non era quello l’umore giusto per sopravvivere alla Social Kratos. Le porte dell’ascensore si chiusero e cominciarono a salire. «Piacere, Leone» rispose. Non avrebbe retto con quel suo modo di fare per più di una settimana. «Se vuoi un consiglio, non sprecare energie a salutare la gente qui, non piace a nessuno.» provò a chiudere. «Qui c’è qualcuno che ha proprio bisogno di un caffè! Vieni, te lo offro io!» sentenziò Mario «Un po’ di energia per colorare giornate grigie come queste!». Proseguì toccandogli la spalla.
Leone ebbe un sussulto: era come se con quel tocco avesse subìto una scarica di energia positiva, la vita sembrava sorridergli improvvisamente, i colori si erano accesi, e la sensazione di grigiume era sparita. Gli venne da sorridere. «Va bene, grazie»” acconsentì.
Una nuova energia
Qualche settimana più tardi l’ufficio era irriconoscibile. La presenza di Mario trasformava le giornate da grigie e pallide in ore motivanti e piene di ispirazione. Certo, i problemi non mancavano, ma averlo come collaboratore era diventato sempre più essenziale. Aveva cominciato a supportare Leone in piccole mansioni per alcuni progetti marginali, ma via via era riuscito a offrire il suo supporto a progetti sempre più centrali e importanti, tanto che nell’arco di poco tempo i suoi superiori avevano affidato a entrambi una promozione come coordinatori del dipartimento in cui lavoravano. Le giornate lavorative sembravano passare velocissime, tanto che il giorno dell’acquisizione della Social Kratos da parte di Pseudo era arrivato, e quasi nessuno se ne era accorto.
Quella mattina vennero convocati i capi dipartimento, Leone e Mario si presentarono insieme. La riunione si teneva nell’Ufficio di Giovanni, il CEO della Social Kratos, al suo fianco quella figura tondeggiante di Rodrigo, l’incaricato della fusione con la Pseudo che nell’ultimo periodo era diventata una presenza quasi costante al fianco di Giovanni. Quest’ultimo aveva un aspetto orribile. Con l’avvicinarsi dell’acquisizione era diventato sempre più cupo, scarno, gli occhi incavati e vitrei. Sembrava assente, sia fisicamente che mentalmente, un fantasma che si trascinava per l’ufficio senza metà. L’unica cosa che riuscisse a farfugliare quando si intavolava una discussione con lui era che la Pseudo avrebbe acquistato la Social Kratos e tutti i problemi della società sarebbero stati risolti, poi se ne andava, tornando a vagare con Rodrigo al suo fianco. Gli unici momenti in cui sembrava riprendersi dalla catalessi era quando Mario lo coinvolgeva nelle scelte creative dei suoi progetti. Si lasciava trascinare, abbozzava persino un sorriso. Ma in pochi attimi il buio tornava, lo avvolgeva e lo faceva scappare tremante da ogni confronto. Da quello che si diceva in ufficio, non sembrava passarsela bene nemmeno nella vita privata. Da quando la Social Kratos aveva cominciato ad andare male molte persone dicevano di averlo visto litigare anche con parenti e amici di vecchia data. L’unico che sembrava seguirlo come un’ombra era Rodrigo. Alcune voci di corridoio dicevano che era proprio a causa di questa presenza costante che stava chiudendo i rapporti con tutti. Dicevano che “aveva una brutta influenza su di lui”. Non che Rodrigo fosse una persona spiacevole, ma effettivamente aveva un modo di relazionarsi opaco, come se nascondesse un’altra verità dietro la facciata. Quel giorno lui, era come sempre l’ombra sgargiante di Giovanni. Brillante, con quel sorriso calcolatore in volto più evidente che mai. Prima di entrare nella stanza di Giovanni, Mario prese da parte Leone «Mi raccomando» disse «Stai attento a Rodrigo, sta per succedere qualcosa…». Era la prima volta che lo vedeva preoccupato.
Un’antica lotta
«Oggi siamo qui per formalizzare l’intenzione della Social Kratos di essere acquistata dalla Pseudo. Siamo tutti al corrente e onorati di essere stati scelti per diventare il loro megafono sul mondo. Lascerei direttamente la parola a Rodrigo, che ci illustrerà tutti i vantaggi di questa nuova acquisizione”». Con queste parole Giovanni lasciò la parola a Rodrigo, che cominciò la sua presentazione. Tutti seguivano attentamente il discorso, Leone più degli altri. Rodrigo andava avanti e indietro per la lunga tavola ovale, appoggiando con quel suo fare adulatorio le mani sulle spalle per chiedere pareri, e tutti rispondevano affermativamente ai suoi assunti quasi in automatico. Via via che parlava, con quella sua voce magnetica, sembrava quasi che il mondo rallentasse. I pensieri si facevano più lenti e in qualche modo più cupi. Un forte disagio cominciò a dilagare attorno al tavolo. E più Rodrigo interagiva con i presenti, con quella sua voce ipnotizzante, più il freddo cresceva, le emozioni si spegnevano, i gesti diventavano automatici. Quasi tutti annuivano meccanicamente, rispondevano “sì” alle affermazioni, alzavano le mani per approvare le mozioni, come burattini legati da un filo alla voce di Rodrigo.
Mario si alzò all’improvviso e sorrise guardando Rodrigo, rompendo quel clima anestetizzante. «Allora i miei sospetti erano fondati» Rodrigo lo guardava avvicinarsi stranito. «Devo dire che questa volta ti sei nascosto davvero bene… ci ho messo più di 80 anni per individuarti!».«Non so di cosa tu stia parlando…» rispose Rodrigo con un sussulto, appoggiando la mano sulla spalla di Giovanni, che a quel tocco si afflosciò sul tavolo. «Non lo toccare! Lo hai già annichilito abbastanza!» ringhiò Mario continuando ad avvicinarsi. «Stavolta hai lasciato molte meno tracce del solito! Ma quando ho visto che l’ennesima società promettente era caduta in un oblio, e la solita Holding Pseudo era l’unica a volerla acquistare, beh non ho potuto fare a meno di indagare e sospettare che ci fossi tu dietro tutto questo!».«Ed effettivamente ciò che ho trovato è stato esattamente quello che mi aspettavo… persone con grandissime potenzialità ma come “annichilite” , dormienti, come se la loro gioia di vivere fosse stata assorbita lasciando solo un guscio vuoto. Ho dovuto usare un bel po’ di energia per risanare le macerie che stavi seminando!»
«Mi hai scoperto! Ma stavolta non riuscirai a fermarmi! Guardati intorno, oramai tutti i dirigenti della Social Kratos sono sotto il mio controllo! Non hanno più emozioni, eseguono soltanto i miei ordini! Ho lavorato a questa situazione con pazienza e ormai sono più potente di te! La fusione con la Pseudo diffonderà il mio potere ovunque!» Con la fine della frase, tutti i presenti in sala caddero simultaneamente sul tavolo, gli occhi spalancati, ma completamente spenti. Poi in automatico, come governati da fili invisibili, ognuno di loro si tirò sù, prese il foglio dell’accordo di unione e firmò, uno a uno, ricadendo sul tavolo subito dopo.
Mario rivolse il palmo della mano verso Rodrigo, piegò le dita e allentò di nuovo i muscoli. Dalla sua mano uscì fuori una luce che investì in pieno l’avversario per poi propagarsi su tutte le persone nella stanza. «Le tue illusioni verranno come al solito disperse dalla luce». Rodrigo cadde a terra. Cominciò a ridere «Ahahahahah! Maledetto! Pensi di potermi sconfiggere? Il male e la sofferenza che ho generato è talmente grande che il mio potere qua dentro è pressoché illimitato! Non hai alcuna possibilità». Si alzò in piedi, allargò le braccia per raccogliere energia, si sollevò e rimase sospeso mentre un’aura oscura si accumulava intorno a lui. Stava diventando sempre più grande. Mario non si scompose: «Da quanto tempo portiamo avanti questa nostra battaglia? Da quando siamo nati usi il tuo potere per creare sofferenza di cui ti nutri. In quanti terreni ci siamo scontrati? Oramai ho perso il conto. Usare questa società per espandere la tua influenza avrebbe ingigantito il tuo potere, per fortuna ti ho scovato in tempo. Il buio perderà sempre contro la luce». Allungando la mano, entrò nella sfera di oscurità che circondava Rodrigo. I due cominciarono a vorticare fino a creare una sfera unica, in parte bianca e in parte nera. Un’esplosione. Poi sparirono senza lasciare alcuna traccia.
Il risveglio dei dormienti
Piano piano i presenti alla riunione si ripresero dal torpore in cui erano caduti. Avevano assistito a quella scena, ma come imbambolati. Nessuno ricordava bene cosa fosse successo, solo un vago senso di assopimento, qualche grido e poi un botto improvviso. L’unico ad essere rimasto conscio era Leone che raccontò a tutti quello a cui avevano assistito. I capi reparto, seppure increduli, cominciarono piano piano a capire quella specie di sortilegio in cui erano caduti. Ciascuno di loro, infatti, da quando Rodrigo era entrato in azienda, era stato manipolato o usato da lui, e non riuscivano a spiegarsi come mai erano spinti ad eseguire tutto ciò che gli veniva ordinato. E più eseguivano i suoi ordini, più era difficile opporsi a quella sua voce magnetica, la propria volontà e le proprie emozioni si facevano più fioche per lasciare spazio solo a un grigio senso di annichilimento. Giovanni, di cui Rodrigo era l’ombra, era stata la persona più colpita. Piangeva dalla contentezza via via che sentiva l’oscurità andare via dal suo cuore…
Quella sera la luna risplendeva luminosa nel cielo. Non c’era una nuvola, e le stelle si contavano all’infinito una più brillante dell’altra. La finestra era aperta ed entrava una gentile brezza serale che raffrescava quella stanza impeccabile. Giovanni era affacciato alla finestra e guardava verso il basso, un sorriso sul volto come a ricordare tempi che sembravano lontanissimi. «Certo che se dovessimo raccontarlo a qualcuno non ci crederebbe nessuno…» disse voltandosi verso Leone, seduto sul divano con una bibita in mano. Lo aveva invitato a cena a casa sua. Nei giorni dopo lo scontro tra Mario e Rodrigo vennero a galla una serie di scorrettezze legali compiute dalla Holding Pseudo per accaparrarsi varie società, per cui la fusione saltò. Il clima però era tornato come quello di un tempo e Leone aveva acquisito una posizione molto più importante all’interno dell’azienda. «Ma ci hai mai pensato a cosa è successo davvero? Cioè che fine hanno fatto? ‘ Cosa ‘ erano quei due?» chiese Leone..
Giovanni rifletté guardando il cielo: «Chi può dirlo. L’unica certezza è che avevano il potere di influenzare le persone toccandole. Mario in positivo, Rodrigo in negativo». Fece una pausa e poi riprese a parlare «Al di là di questo non penso che sia importante capire tutto fino in fondo. Ci sono cose forse per cui è meglio così, non avere la spiegazione di tutto. Sicuramente abbiamo assistito a qualcosa di straordinario».. Anche Leone si avvicinò alla finestra. «Sì… ma tutto sommato i loro superpoteri non sono così fuori dal comune. Ognuno di noi ha la possibilità di influenzare positivamente o negativamente chi ha intorno. Basta una piccola azione per migliorare la giornata di un’altra persona, come Mario faceva con tutti nell’azienda nonostante la situazione fosse davvero disperata. Però hai ragione, non è necessario sapere tutto… forse l’unica cosa che ci basta sapere è che anche se sembra infinito prima o poi l’abisso finisce, e in compagnia di qualche buon amico, si risale meglio…».
Leggi anche gli altri racconti di SUPERPOTERI:
